Schumann: Das Paradies und die Peri

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Das Paradies und die Peri, op. 50

Oratorio profano per soli, coro e orchestra

Musica: Robert Schumann
Testo: proprio, da Thomas Moore “Lallah Rookh”
Organico: 2 soprani, mezzosoprano, 2 contralti, 2 tenori, baritono, basso, coro misto, ottavino, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, oficleide, timpani, grancassa, piatti, triangolo, arpa, archi
Composizione: Lipsia, 22 agosto 1841 – 16 giugno 1843
Prima esecuzione: Lipsia, Gewandhaus Saal, 4 dicembe 1843
Edizione: Breitkopf & Härtel, Lipsia, 1843

Guida all’ascolto

Dopo aver composto nel 1842 diversi lavori cameristici importanti, come il Quintetto op. 44 e il Quartetto op. 47 per pianoforte e archi, l’Andante e Variazioni per due pianoforti e i Phantasiestücke (Pezzi fantastici), Schumann è alla ricerca di un soggetto letterario e poetico che allarghi la sua sfera creativa verso un’opera di ampio respiro musicale, con l’intervento, delle voci e dell’orch¬stra. Aveva letto e analizzato vari testi, ma la sua attenzione si concentra su una novella in versi, tradotta in tedesco dal poema “Lalla Rookh” scritto nel 1817 da Thomas Moore, che risponde perfettamente a quel senso di idealismo romantico, affascinante e fantasioso, tipico della sensibilità schumanniana. In due lettere il compositore accenna chiaramente al suo impegno nella stesura della partitura, che prenderà il nome de Il Paradiso e la Peri (Das Paradies und die Peri). Nella prima, del maggio 1843 e rivolta ad un amico, egli scrive: «In questo momento sono assorto in un grande lavoro, il più grande che io abbia affrontato sino ad oggi. Non è un’opera, bensì qualcosa di un genere tutto nuovo». Nella seconda lettera, del 19 giugno 1843, egli annuncia in toni entusiastici ad un altro amico: «Ho finito di comporre Il Paradiso e la Peri venerdì scorso. È un lavoro di grande impegno e spero che sia ben riuscito. Il soggetto è così puro e poetico da conquistarmi interamente e da farmi scrivere la musica in un tempo relativamente breve, quasi come Mozart». Nasce così l’oratorio profano Il Paradiso e la Peri, presentato il 4 dicembre del 1843 al Gewandhaus di Lipsia sotto la direzione d’orchestra dello stesso autore e in un clima di sincero entusiasmo da parte più del pubblico che della critica. Il lavoro viene replicato l’11 dicembre e incontra un’accoglienza più favorevole; passa poi all’Opera di Dresda, dove l’esecuzione del 23 dicembre, sempre del 1843, suscita larghi riconoscimenti per la purezza e la freschezza melodica, a volte liederistica, della musica in cui si esalta il mito dell’eterno femminino secondo la concezione di Schumann, basata su un idealismo trascendente, connaturato alla letteratura e alla filosofia del tempo, da Friedrich Schlegel a Wolfgang Goethe, da Jean-Paul allo stesso scrittore inglese Thomas Moore.
La storia, molto simbolica e carica di significati moralistici, è ambientata nell’antico e favoloso Oriente e narra di una Peri, fata della mitologia iranica e creatura nutrita del profumo dei fiori, che viene scacciata dal Paradiso per qualche errore commesso e potrà rientrarvi soltanto se saprà recare alla divinità un dono fra tutti il più caro. La Peri vola sulle regioni indiane e raccoglie le ultime gocce di sangue di un eroe ucciso dal tiranno Gazna, ma i beati non considerano questa offerta sufficiente per il riscatto. Allora la Peri discende di nuovo sulla terra e dalle spiagge del Nilo reca in cielo l’ultimo respiro di una fanciulla che per amore ha sacrificato la vita, unendo le sue labbra a quelle dell’amato colpito dalla peste; e ancora i beati respingono il dono perché non bastevole a placare l’animo divino. La Peri riprende il volo malinconico e triste sulla valle di Baalbeck, verso il tempio del Sole. Tra i minareti della Siria ella scorge un bambino che intona le preghiere della sera, e accanto a lui c’è un bandito sanguinario che quella visione ha intenerito fino alle lacrime. Sono lacrime di rimorso e di pentimento. La Peri le fa sue e le porta in cielo; la commozione del “cattivo” convertito dalla preghiera dell’innocente ha riaperto alla Peri il paradiso, dove finalmente verrà accolta e liberata dall’esilio.
Anche in questo oratorio profano – con questa dizione si intende una composizione da concerto a carattere solistico e polifonico con intervento massiccio dell’orchestra – Schumann resta fedele al principio, più volte ribadito nei suoi scritti, secondo cui «la musica parla il linguaggio più universale, da cui l’anima è liberamente e indeterminatamente eccitata …Soltanto il canto può significare la stessa cosa, può suscitare gli stessi sentimenti tanto in una persona come in un’altra, un sentimento che comunque non è espresso dalle stesse parole». Articolata in tre parti, diversamente ambientate e corrispondenti alle “gesta” compiute dalla protagonista, la storia, della Peri assume nella musica di Schumann toni ora dolcemente espressivi, ora appassionati e ora sfumanti in una trasfigurazione celestiale. Il tutto è sviluppato intorno al nucleo drammatico, poggiato sull’antinomia fra l’esperienza umana particolarmente preoccupata e angosciante e la tensione verso la beatitudine redentrice. La composizione si avvale di voci solistiche – alcune in funzione di personaggi, come la Peri, l’Angelo, il giovane eroe, la Sposa, Gazna il tiranno, e altre in un ruolo narrativo – di un coro e di un’orchestra dalle stupende luminosità timbriche e armoniche, rivelatrici di quella “Sehnsucht” romantica che costituisce l’essenza vera della personalità e dell’arte di Schumann.
L’oratorio inizia con una introduzione orchestrale in tempo Andante, caratterizzata da un tema mesto e soave, che precede la voce del contralto evocante il pianto della Peri esiliata dal Paradiso. Viene il canto della Peri segnato da molta malinconia e da quella nostalgia della felicità celestiale che torna spesso nella tematica degli affreschi corali sinfonici di Schumann. Al n. 3 le parole dell’Angelo, culminanti nella frase “Des Himmels liebste Gabe dar” (Il dono più gradito al cielo), sono accompagnate da una serie di accordi leggeri e sfumati, tali da fare immaginare il Lohengrin, composto da Wagner quattro anni dopo Il Paradiso e la Peri. Non mancano altri preavvertimenti wagneriani: nel coro n. 6, in cui un unisono teso e vibrante sulle parole “Es wütet fürchterlich der Tod” (La morte infuria paurosamente) adombra il tema celebre di Wotan; oppure, sempre nello stesso brano, nelle strappate degli archi e nella fanfara guerresca che lasciano presagire di nuovo il Lohengrin. Lo sviluppo dell’azione alterna momenti lirici a situazioni drammatiche: dalla descrizione del combattimento fra l’Eroe e Gazna (n. 7) alle dissonanze a commento della morte del giovane eroe (n. 8); dalle sonorità dolci dell’arpa rievocanti il sangue raccolto (n. 9) alla grandiosa e trionfale coralità a suggello della prima parte del poema.
Il clima del secondo pannello del trittico è contrassegnato da maggiore trasparenza e morbidezza melodica, come si può evidenziare sin dall’intervento del tenore, secondato dalla voce pastosamente patetica dell’oboe (n. 10): “Die Peri tritt mit schüchterner Gëbarde vor Edens Tor” (La Peri si avvicina con passo trepidante alla porta dell’Eden). Delusa nella sua speranza la Peri è rinviata sulla terra e giunge sulle rive del Nilo. L’orchestra descrive il movimento dell’acqua (n. 11) e tra le voci del coro dei Geni del Nilo si riascolta il nostalgico tema iniziale della protagonista. La musica sottolinea efficacemente l’incantevole paesaggio con i suoi verdi palmizi e le valli fiorite, insieme ai bianchi cigni solcanti le acque. Ma nel recitativo del tenore, contrappuntato dalle penetranti dissonanze strumentali, si profila il volto spaventoso dell’epidemia pestilenziale. Seguono quindi pagine musicali intrise di sentimenti diversi, come l’invocazione della sposa (n. 16), l’atmosfera di morte che grava sugli amanti e la cullante berceuse della Peri, ripresa poi dal coro. È un passaggio di sincera commozione sottolineato adeguatamente dall’intervento dell’orchestra con il suo costante “pianissimo” di finissima qualità inventiva.
La terza e ultima parte dell’oratorio si apre con il coro delle Uri (n. 18), frammento soffuso di colore esotico, al quale partecipano le voci femminili e l’orchestra, scandendo un elegante ritmo di danza. Nell’aria del tenore (n. 19), seguita da un breve arioso dell’Angelo, viene commentato il nuovo disinganno sofferto dalla Peri, la quale esprime la sua pena (n. 20) prima con accenti desolati e poi ansiosi. La fanciulla si trova ora in Siria, il cui paesaggio ispira l’assolo del baritono (n. 21) e il quartetto delle Peri accorse in aiuto della sorella (n. 22) che vuole tornare in Paradiso. Dai minareti si diffonde la preghiera intonata dal contralto ed ecco la voce del peccatore pentito che piange, rifiutando sinceramente il suo triste passato: è una frase su note sospese sopra semplici accordi di clarinetti e corni. Si leva quindi, pur tra qualche sortita solistica, un inno corale di intonazione vagamente religiosa che conclude con straordinaria forza rappresentativa questo personalissimo affresco musicale in cui si riflette in pieno, tra luci ed ombre, lo spiritualismo del pensiero estetico di Schumann. Indubbiamente una musica di singolare fascino, che – per dirla con le parole di Franco Abbiati – «non s’intinge d’alcuna preziosità esotica e si rifa piuttosto ad una stesura pianistica che la rende spesso fulgente di cromatismi e riecheggiante nelle voci la linea e il profumo del canto liederistico», di cui il compositore e autore del Manfred fu maestro sommo e di indiscusso valore insieme a Schubert.

Ennio Melchiorre

Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell’Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 24 gennaio 1993


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